Fagiano di monte

scritto da giorgiog1
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Il signore segreto delle alte quote
- Nota dell'autore giorgiog1

Testo: Fagiano di monte
di giorgiog1

Verso il bacino superiore del lago di Cobricon, a 1922 metri di quota, negli inverni più generosi completamente ricoperto di neve, il bosco si infittisce fino quasi a chiudersi. Solo qualche apertura nella vegetazione permette di scorgere i profili di cima Bocche e cima Juribrutto.
È qui, in questi corridoi silenziosi, che la neve conserva le tracce degli animali selvatici: il cervo, signore della fascia boscata; le lepri e le martore, rapide e furtive; i camosci, che prediligono le quote più alte e lasciano le loro impronte solo una volta usciti dalla foresta.
Occorre invece molta fortuna per avvistare il raro fagiano di monte, forse l’animale più caratterizzante di questo settore della montagna.
La sua apparizione è emozionante, ma non bisogna cercarlo fuori traccia: disturbarlo in questa stagione può causargli danni seri.
È un incontro che va meritato, non inseguito.
All’alba, quando il limite del bosco si sfrangia in una luce lattiginosa, il fagiano di monte appare - a chi ha fede! - come un’ombra che prende corpo. 
Il maschio, scuro e lucente come metallo temprato dal gelo, avanza tra i rododendri con un’attenzione atavica.
La coda, arcuata in una lira imperfetta, è più un gesto che un ornamento: un modo di occupare lo spazio, di dichiarare una presenza senza mai offrirsi del tutto. La femmina, invece, è quasi un pensiero del paesaggio: piumaggio bruno, screziato come corteccia umida, perfettamente mimetico tra i cespugli bassi.
Il suo nome scientifico è Lyrurus tetrix, ordine Galliformi, famiglia Tetraonidi.
In Piemonte lo chiamano fasan d’montagna, in Valtellina gal d’montagna o gal salvatich, in Veneto gallo de montagna. In inglese è black grouse, in francese tétras lyre, in tedesco Birkhuhn, in spagnolo urogallo negro. Ogni lingua trattiene un frammento della sua identità: la lira della coda, il nero del piumaggio, la sua appartenenza alla montagna.
È una specie che vive sul margine: tra il bosco che sale e il cielo che scende, tra la sicurezza dell’ombra e l’esposizione dei pascoli alti.
In inverno sopravvive nutrendosi delle gemme delle conifere, come se custodisse un patto segreto con gli alberi.
 In estate si lascia tentare da bacche, germogli e insetti che brillano per un istante e poi scompaiono.
È in primavera che il fagiano di monte rivela la sua natura più teatrale. I maschi si radunano nelle arene di canto, piccoli spiazzi nascosti dove il mondo sembra trattenere il fiato.
Qui si affrontano senza toccarsi davvero: gonfiano il petto, sibilano, battono le ali in un ritmo che è insieme sfida e danza.
È un rituale antico, quasi liturgico, in cui ogni gesto ha un peso e un significato che noi possiamo solo intuire.
Il verso del maschio è un "rogolìo" che si gonfia e si ritira come un respiro trattenuto nella brina del mattino.
Alterna un gorgoglio sommesso e ritmato a soffi secchi, quasi sbuffi, che segnano i momenti di tensione.
Le femmine osservano da lontano, immobili come pietre. Poi, a un certo punto, scelgono. E la scelta è silenziosa, definitiva: un avvicinarsi, un accettare.
I fasianidi hanno corporatura massiccia, testa piccola, ali corte e arrotondate.
Il maschio del fagiano di monte non può passare inosservato: la coda, nella stagione degli amori, può raggiungere i 50 cm — più lunga del corpo — e la livrea è un mosaico di riflessi unici. Nessun maschio è identico a un altro. Le femmine, invece, sono mimetiche: piume screziate di bianco, grigio e marrone, utili durante la cova e l’allevamento dei pulcini.
Se inseguito, il fagiano di monte preferisce la fuga nella macchia: pur essendo un buon volatore, scappa correndo, e solo in casi estremi “frulla” con un volo forte, rumoroso, pesante. Sul terreno, grazie alle zampe corte ma robuste, ha uno scatto sorprendente.
È poligamo: nel suo territorio controlla fino a sette femmine, ma non sempre riesce a trattenerle. Deve quindi difendere l’arena dai rivali e, allo stesso tempo, impedire che le sue compagne si allontanino. Se un secondo maschio è tollerato, è perché non rappresenta una minaccia.
Il nido è una buca nel terreno, che la femmina accomoda con raspature in un luogo nascosto tra arbusti o ai piedi di un grande albero.
È un riparo fragile, ma la madre lo difende con una determinazione che contrasta con la sua apparente delicatezza. Depone fino a nove uova color avorio con punteggiature brune, a intervalli di 24–36 ore. L’incubazione, affidata interamente alla femmina, dura 26–27 giorni. I pulcini, nidifugi precoci, seguono la madre fin dal primo istante.
Già nei primi anni del Novecento il conte Arrigoni degli Oddi lo descriveva come timido, ritirato, legato ai boschi folti e umidi.
Per questa specie si è acceso il semaforo rosso: il clima che cambia, il disturbo antropico, la frammentazione degli habitat lo costringono a ritirarsi, a diventare ancora più ombra.
Le zone più remote e inaccessibili delle Alpi rappresentano l’ultimo rifugio per una specie storicamente diffusa in tutto il continente, dalle Prealpi alla lontana Siberia.
Particolarmente in sofferenza nella parte meridionale dell’areale di nidificazione, il Fagiano di monte ha abbandonato da tempo Pirenei e aree montuose della Grecia, mentre lo stesso contingente alpino mostra evidenti segni di sofferenza. 
Per questo, quando lo si incontra, si ha la sensazione di assistere a qualcosa che resiste: un frammento di mondo antico che continua a ripetersi, nonostante tutto, nel silenzio delle alture.




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